Si dice spesso che una volta a Milano c’era una classe dirigente, imprenditoriale, borghese molto diversa da quella di oggi. Persone che non consideravano la propria ricchezza e il proprio benessere come un affare esclusivamente privato ma collettivo. Quelle persone erano consapevoli di dover rendere alla comunità, con discrezione, una fetta del loro status. Questa è la lente attraverso cui leggere la vita di una milanese che ci ha lasciato qualche giorno fa: la signora Pia Majno Ucelli di Nemi.
Non stupisce se a una parte di chi legge questo pezzo il nome non dice molto. La signora Majno appartiene a quella generazione che il bene lo faceva con discrezione, sminuendo a volte anche la portata del proprio impegno, non per finta modestia, ma per convinzione oggettiva. Eppure è una di quelle persone operose che hanno costruito Milano nel suo tessuto sociale, lavorando, impegnandosi nel volontariato, crescendo una grande famiglia e tessendo diverse e stimolanti relazioni.
Per parlare della signora Majno, non si può non cominciare dai suoi genitori. Suo padre, Guido Ucelli, ingegnere idraulico, ottenne l’appellativo “di Nemi” a titolo onorifico per il prosciugamento dell’omonimo lago laziale e la “scoperta” dei resti imponenti delle navi imperiali romane. Dopo la guerra fondò il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. La madre, Carla Tosi, figlia dell’industriale legnanese ucciso da un suo operaio, si distinse per tutta la vita per l’assistenza socio sanitaria alle famiglie dei dipendenti della ditta del marito.
Durante gli anni della guerra, casa Ucelli è un crocevia di ricercati, artisti, architetti, industriali e futuri politici dell’Italia repubblicana. Una vita tranquilla e agiata, per quel che si poteva in tempo di guerra e di occupazione. Fino a quella sera in cui, mentre sono a cena con la famiglia Minerbi, Guido e Carla vengono arrestati dalle SS per cospirazione: aiutavano i frati di viale Piave a far espatriare in Svizzera tanti perseguitati dal regime fascista. Cade il velo e così i figli scoprono quello che facevano, di nascosto, i loro genitori. Anche loro, però, non erano da meno, emulandoli nel segreto, senza saperlo. Anche Pia, insieme a sua cognata, è interrogata e arrestata dalle SS per via di alcuni bigliettini che da dentro il carcere di S. Vittore si erano occupate di far arrivare alle persone giuste. Familiari di detenuti politici o capi della Resistenza milanese. Non solo, il ruolo di Pia durante la Resistenza fu sempre molto operativo, portando e distribuendo copie del giornale clandestino Il Ribelle o occupandosi di duplicare timbri e firme false con la complicità di una fitta rete di persone e negozi di fiducia. Nonostante questo impegno e l’alto rischio corso, Pia ha sempre scansato con forza la definizione di partigiana, che ha invece sempre sostenuto meritarsi maggiormente la sorella Bona, che nella Resistenza era molto attiva nelle formazioni delle Fiamme Verdi. Anche il suo fidanzato di allora, poi sposato nel luglio 1945, era coinvolto nella cospirazione.
In quegli anni, nella vita di questa famiglia milanese, compare un altro personaggio: don Giovanni Barbareschi, prete antifascista particolarmente spericolato e fervente partigiano. Nel dopoguerra grande educatore di generazioni di giovani tra la madonnina e l’Alpe Motta a Campodolcino. Nel regalo che fece avere ai due novelli sposi, una raccolta di tutti i numeri del giornale clandestino che stampavano e distribuivano insieme, scrisse così nella dedica sul frontespizio: “…veglia Tu sulle nostre famiglie…”. Un passo particolarmente sentito della preghiera del Ribelle. Emozioni grandissime per quei giovani ventenni del ’45, mossi alla ribellione da motivi più etico-religiosi che politici, e che non li lasciarono mai più.
Poi la vita in tempo di pace prenderà la forma della dedizione alla famiglia e al lavoro presso il Tribunale dei minori di Milano, senza trascurare la dimensione del volontariato ecclesiale. Una nuova vocazione educativa e sociale dopo quella resistenziale sull’esempio certamente dei genitori.
Una lunga vita che si è sempre spesa anche nel dovere della memoria. Della guerra innanzitutto, dei genitori e del bene da loro seminato, come della Resistenza, che, diceva, aveva vissuto indirettamente per contatto familiare e di cui trasmetteva i valori nelle scuole mostrando vecchi ciclostilati stampati di nascosto, timbri, firme delle persone più potenti della Milano di quegli anni e documenti che conservava in maniera didascalica in casa e mostrava ogni volta che ne parlava. Tutte cose false, ca va sans dire.
Avida lettrice fino agli ultimi tempi, aggiornata sempre sull’attualità, non si è mai sottratta a chiunque le chiedesse una testimonianza o una chiacchierata.
La sua figura, così garbatamente signorile ed empatica, gradevole e genuinamente semplice, tipicamente milanese, mancherà, senza saperlo, anche a chi non l’ha conosciuta. Questione di nostalgia per ciò che manca. Se ne va un pezzo della vera Milano, contrapposta a chi invece vede nella città solo un’opportunità da spremere per sé, dimenticandosi degli altri. Il bene generato in vita continua, non va perso. Basta solo dargli spazio.
Grazie di tutto Pia, a-Dio.
Giacomo Perego






