Mi piacerebbe condividere alcune considerazioni sul decreto scuola, visto che abito a Milano in un quartiere in cui le scuole vedono una presenza di stranieri superiore al 30% (primaria Console Marcello e plesso De Rossi via Varesina). Evidentemente il decreto è inaccettabile, oltre che inattuabile ed è superfluo dire perché, tuttavia mi sembra che i partiti progressisti controbattano in modo esclusivamente ideologico, non mettendo in campo strategie concrete per affrontare un problema esistente, seppure concentrato in poche aree.
A mio parere la questione non riguarda la conoscenza della lingua italiana, ma piuttosto la povertà educativa e culturale che spesso caratterizza i nuclei famigliari “stranieri” e “segna” il percorso scolastico e di crescita dei figli, pertanto in quartiere osserviamo una massiccia migrazione di studenti italiani (o comunque “emancipati”) in scuole fuori zona e più vicine al centro… È un fenomeno noto, di cui però si è parlato poco in questo dibattito.
Non credo sia utile nascondersi dietro ad un dito: le periferie come quella in cui abito non sono appetibili a chi desidera crescere i propri figli (in particolare adolescenti e preadolescenti) in un contesto stimolante dal punto di vista relazionale e culturale. Ci sono molti servizi assistenziali anche di matrice ecclesiale (Caritas, Farsi Prossimo, Qubi…), ma poche realtà ricreative di qualità, in cui possano riconoscersi anche i “nostri” ragazzi. Solo “Quasi locanda” intercetta in parte il bisogno di un luogo”normale”, per il resto mancano luoghi aggregativi trasversali e di qualità dove potersi incontrare, progettare eventi, lavorare (es. Rob de mat” in Bovisa). Ci sono molte realtà assistenziali, ma pochissimi luoghi appetibili per chi cerca luoghi d’incontro.
Più che smistare gli stranieri, sarebbe utile lavorare sulle periferie affinché le “nostre” famiglie restino e si crei un contesto misto, utile ad entrambi.
Naturalmente esiste anche una povertà educativa “autoctona”, ma è innegabile che nelle realtà periferiche si concentrino soprattutto situazioni problematiche con bedground migratorio. Il divario del costo delle case tra centro e periferia fa sì che la città non permetta un’auspicabile osmosi tra i quartieri. Forse le sinistre dovrebbero affrontare con meno retorica e più pragmatismo queste evidenze.
Non credo che i leader o gli intellettuali di centro sinistra iscriverebbero i loro figli o nipoti nelle primarie del mio quartiere; probabilmente, come molti di noi, punterebbero alla relativamente vicina “Rinnovata Pizzigoni”, incrementando ancora di più il divario tra le diverse comunità. I miei figli sono stati alla media Colombo di via Console Marcello: sicuramente una “scuola di vita”, ma non è stato semplice gestire i rom e le famiglie che non contribuivano in alcun modo a sostenere le iniziative scolastiche volte ad ampliare l’offerta formativa, e per sostegno non intendo quello economico (è il problema minore!). Sono stata rappresentante di classe, e vi assicuro che è stata un’esperienza desolante, anche perché i nostri figli faticavano a trovare affinità con buona parte dei compagni di classe.
Certamente ci vorrebbero più risorse educative ed economiche (ad esempio non siamo riusciti a fare un’uscita didattica di fine ciclo di più giorni, perché erano troppe le famiglie che non potevano permetterselo), ma continuo a pensare che il tema del divario culturale/educativo sia la vera priorità; oltretutto temo non risolvibile neanche con un educatore in più…
Ovvio che ciascuno desidera per i propri figli un contesto relazionale positivo, in cui tessere adeguate relazioni tra pari: se questo non è nei fatti realizzabile, il problema si pone e le istituzioni dovrebbero prenderne atto in modo razionale e concreto.
Come progressisti, prima di ripetere lo slogan “Qui nessuno è straniero”, dovremmo porci questa domanda: che passi possiamo/dobbiamo fare per rendere desiderabili TUTTI i quartieri, in modo da arginare la fuga dalle scuole di periferia e la conseguente ghettizzazione delle classi?
Chiara Simi






